8, Dic, 2024 | Equitazione, Sport
di Renato Alessio
Nato all’immaginario di un popolo come il purosangue arabo. “Un mito che Dio fece uscire i puledri dal mare agitato, e furono loro a insegnare al vento la velocità”. Il cavallo è oggetto di un amore quasi mistico. «Nulla è più intenso – cantò un poeta islamico – che cavalcare a briglie sciolte verso l’infinito». Se l’epica e il sacro sono un bel pezzo del fascino di questa razza equina, considerata la più nobile e la “miglioratrice” di tutte le altre, l’ambiente deserto ne fu il selezionatore, e i nomadi a lungo i compagni di vita, che ne decantavano la bellezza in versi: fronte camusa e collo tornito, carattere affettuoso e spirito d’acciaio.
L’arabo più bello
del mondo tante volte è stato eletto a dicembre, al Salon du cheval di Parigi, da una autorevole giuria internazionale. Il favorito della vigilia è uno stallone grigio di linea egiziana, nato in Israele e allevato in Germania, di nome Al Lahab. Dieci anni sulla groppa, curve mozzafiato, e tutte le carte in regola per vincere, di certo è una meraviglia di animale, così famoso nell’ambiente da avere un sito Internet e una “photo gallery” tutti per sé: Al Lahab puledro appena nato, Al Lahab campione predestinato, Al Lahab finalmente decorato. Prova vivente, se ce ne fosse bisogno, che il mito dell’arabo resiste anche oggi, e si sposa volentieri con il business.
«Solo in Italia sono quasi ventimila i purosangue arabi con pedigree registrato», dice a IL Pierluigi Rota, segretario dell’Anica (Associazione nazionale italiana del cavallo arabo). La febbre dell’acquisto è alta, tanto che ormai si affitta l’utero delle fattrici o si compra direttamente l’embrione: «C’è chi lo fa solo per hobby e chi, a furia di correre, finisce per demolire un cavallo all’anno». È questa l’altra faccia dell’endurance, sport dove l’arabo non conosce rivali: centosessanta chilometri di maratona che rievocano le cento miglia dei pony express americani, uomo e animale insieme, spingendo al limite le forze.
È la fine di settembre e siamo agli Europei Open di Assisi, la prova di endurance più importante del 2009 fotografata da IL per questo servizio. Alessandro Marconi ha iniziato come maniscalco trasferendosi dieci anni fa da Parma a Dubai. Ora allena uno dei figli dell’emiro del Bahrain. E spiega, aggirandosi per le scuderie alla vigilia della partenza: «Lo sport lo hanno letteralmente inventato gli Stati del Golfo, foraggiando un circuito di eventi in giro per il mondo». I premi in palio sono poco più che l’onore in Europa, ma una montagna di soldi nelle sfide nel deserto, dove il vincitore può aggiudicarsi fino a un milione di euro. La stessa cifra, più o meno, che valgono i cavalli al top della disciplina.
La caduta del sultano
Se il grosso del mercato è fatto da semplici appassionati, «gli affari che contano sono sempre appannaggio di pochi. Senza considerare il problema del doping», sostiene Tiziana Benedetti, agguerrita neopresidente dell’Associazione purosangue arabo italiano. Qualche caso, debitamente ovattato, ha sfiorato anche i campioni dei signori del petrolio, per i quali montare un arabo è come imparare a camminare, e l’endurance sport nazionale. Tra i fan più accaniti, e abituali frequentatori delle rassegne iridate, si contano il tredicesimo Capo di Stato della Malesia, sultano Mizan Zainal Abidin (ritiratosi ad Assisi per una caduta), e molti sceicchi come Mohammed Al Maktoum, principe di Dubai e primo ministro degli Emirati. Riassume il ventiduenne Nasser Al Khalifa, figlio del re del Bahrain: «Amo follemente i miei cavalli e scrivo poesie su di loro, anche se forse dovrei odiarli un po’. Quando li ami troppo non riesci a spingerli al limite».
L’endurance te lo dipingono così, miscela di amore e crudeltà. Come poteva essere altrimenti per una gara che comincia al buio delle cinque di mattina, e dura lo spazio di un’intera giornata? A ogni controllo veterinario, i cavalli vengono sottoposti a una dose di docce gelate che servono a rallentare il battito cardiaco prima di ripartire. «Una mezza tortura», sbotta qualcuno. Ma agli sceicchi l’endurance piace. Infatti a Dubai hanno progettato e costruito Meydan City, un’intera città consacrata all’equitazione.
E tuttavia, proprio la geografia riserva più di una sorpresa. Per secoli, la tradizione dell’asil, ovvero del cavallo “puro” nella definizione di Allah, restò ancorata alla penisola arabica. Le fattrici venivano cresciute a datteri e latte di cammella e – considerate più affidabili degli stalloni – cavalcate per razziare il nemico. Ogni mescolanza di sangue con esemplari provenienti da montagne e città confinanti era vietata. Poi, con l’invasione dei Mori e le crociate, il cavallo arabo iniziò la conquista dell’Europa, intrecciandosi alle razze locali. Finì raffigurato nei dipinti di corte, oppure esposto nelle fiere del bel mondo. Furono tre stalloni importati in Inghilterra, il Darley Arabian, il Byerly Turk e il Godolphin Arabian, a fondare la linea del purosangue inglese. E pure Napoleone Bonaparte, rischiata la sconfitta contro la cavalleria egiziana, si presentò alle battaglie successive in sella a uno stallone di nome Alì. Ma chi l’avrebbe detto che la terra promessa di questi animali alla fine sarebbe diventata l’America?
Tra ranch e praterie oggi pascolano più purosangue arabi che nel resto del globo. Una mano la diede Ronald Reagan con i suoi sgravi fiscali, permettendo ai milionari d’oltreoceano di fare incetta di campioni, e da allora nemmeno i cospicui fondi investiti dagli emiri sono riusciti a invertire la tendenza.
E così il figlio del vento, benedetto dal Profeta e nato sotto le tende del deserto, di strada ne ha fatta, eccome: Polonia e Russia, Spagna Germania e Australia, fino, appunto, a presidiare la terra degli yankee.
1, Set, 2023 | Equitazione, Sport
di Giuseppe De Pietro
Tornano i cavalli stellari al Csi cinque stelle del Global Champions Tour allo Stadio dei Marmi Pietro Mennea di Roma. Uno straordinario spettacolo di cui saranno protagonisti i più titolati campioni del salto ostacoli.
Gli undici medaglie olimpiche per la 4° edizione del Longines Global Champions Tour Roma saranno presenti in questi giorni. Dati alla mano, sono 3 i campioni olimpici in gara al Foro Italico: accanto ai britannici Scott Brash e Ben Maher, legati dallo storico oro a squadre conquistato proprio in casa (Londra 2012), c’è il tre volte “gold” Ludger Beerbaum. Il fuoriclasse tedesco è salito sul gradino più alto del podio in occasione di due edizioni dei Giochi (oro individuale Barcellona 1992, oro a squadre Seoul 1988 e Sydney 2000).
Un argento individuale e uno a squadre, seguono lo svedese Rolf Goran Bengtsson (medaglia a squadre Atene 2004, individuale Pechino 2008) ed il connazionale Peder Fredericson (medaglia a squadre Atene 2004, individuale Rio de Janeiro 2016). Due, ma di bronzo, sono anche le medaglie del tedesco Christian Ahlmann (Atene 2004 e Rio de Janeiro 2016), entrambe a squadre. Detentori di un argento “team”, sono l’olandese Jur Vrieling (Londra 2012), il britannico Michael Whitaker (Los Angeles 1984) e l’olandese Marc Houtzager (Londra 2012). L’elvetico Pius Schwizer (Pechino 2008) ed il tedesco Daniel Deusser (Rio de Janeiro 2016), invece, vantano un bronzo a squadre ciascuno.

LIFESTYLE, Amazzoni – Jennifer Gates
Gli atleti che detengono un titolo iridato a squadre: Ludger Beerbaum (Jerez de la Frontera 2002 e Aachen 2006), l’olandese Jur Vrieling (Caen 2014) e il francese Roger Yves Bost (Stoccolma 1990).
Ci saranno anche Christian Ahlmann (bronzo a squadre Aachen 2006), Simon Delestre (argento a squadre Caen 2014) e Michael Whitaker (bronzo a squadre Stoccolma 1990).
A livello europeo, per citare solo il metallo più prezioso a titolo individuale, sono 5 i protagonisti continentali iscritti alla tappa capitolina del circuito: il campione in carica Peder Fredericson (Goteborg 2017), Roger Yves Bost (Herning 2013), Rolf Goran Bengtsson (Madrid 2011), Christian Ahlmann (Donaueschingen 2003) e Ludger Beerbaum (Mannheim 1997 e Arnhem 2001).
Ci saranno i 5 cavalieri che risultano nella top ten Longines FEI Ranking (graduatoria mondiale): il numero 1 Harrie Smolders, Peder Fredericson (2°), Daniel Deusser (6°), Henrik Von Eckermann (7°) e Ben Maher (8°). Otto, invece, gli atleti che classificati tra i migliori 10 della ranking del Longines Global Champions Tour: Ben Maher (1°), Harrie Smolders (2°), Alberto Zorzi (3°), Daniel Deusser (4°), Edwina Tops-Alexander (6°), Christian Ahlmann (7°), Scott Brash (9°).
I più agguerriti saranno certamente Harrie Smolders, numero 1 al mondo e 2° nella classifica LGCT, e Ben Maher, 8° nella classifica mondiale, ma leader a livello ‘Global’. Il cavaliere britannico arriva a Roma ‘on a mission’, determinato ad aumentare il suo distacco dal collega olandese tanto da garantirsi il titolo 2018 con una tappa di anticipo sulla finale di Doha. Smolders e Maher dovranno comunque guardarsi le spalle dalla concorrenza di un azzurro pericoloso, Alberto Zorzi, terzo nella ranking LGCT. In cerca di una rimonta sul filo del rasoio è il tedesco Daniel Deusser, 6° migliore al mondo, ma 4° per quello che riguarda la classifica del circuito. In cerca del suo primo successo in un evento del circuito è invece lo svedese Peder Fredricson, 2° nella ranking mondiale, mentre cercherà di tornare sul podio il suo connazionale Henrik Von Eckermann che si impose già a L’Estoril nel 2013 con Gotha FRH.
Tra i pretendenti al trono di Roma non si possono certo sottovalutare l’australiana Edwina Tops-Alexander ed il britannico Scott Brash, entrambe già 2 volte vincitori del campionato targato ‘Global’ (2011 e 2012 per la Tops-Alexander e 2013 e 2014 per Brash).
Sono tutti decisi a non mollare quando mancano due tappe (Roma e Doha) prima dell’assegnazione del titolo 2018.
Primo fra tutti, l’inglese Ben Maher, capolista della graduatoria. “Ci siamo, ma tutto può cambiare”, ha dichiarato Maher. “A Valkenswaard (la tappa precedente, ndr) non è andata molto bene, ma i miei cavalli hanno potuto godere di un periodo di riposo prima di Roma. Il mio obiettivo è quello di prendere qualche punto in più”. Il programma di Ben Maher è chiaro: distaccare ulteriormente l’olandese Harrie Smolders (secondo nella ranking LGCT) e il nostro Alberto Zorzi (terzo), fino ad assicurarsi la vittoria del circuito allo Stadio dei Marmi.
2, Nov, 2022 | Sport
di Romina Simonetti
“La mia passione per i cavalli è nata undici anni fa in cui mi hanno portato in un maneggio. Da quel giorno queste nobili creature sono diventate una costante nei miei pensieri e nella mia vita.
I miei genitori, dopo quell’avventura, hanno iniziato a portarmi nei week-end in qualche maneggio nei dintorni di Torino per farmi fare dei piccoli giri, convinti che quelle mie richieste “dell’andare dai cavalli” sarebbero state solo un capriccio passeggero.
Ad un certo punto, dopo qualche anno, cominciai a desiderare un cavallo tutto mio e i miei genitori mi presero “Maja” una cavallina che adoro: era un incrocio tra un arabo e un avelignese e con lei mi sono divertita molto proprio per la sua vivacità ed intelligenza.
Così me la fecero provare e da quel giorno capii che sarebbe stato mia. I miei genitori infatti me la regalarono per il mio compleanno augurandomi giorni felici in sua compagnia.
Lei non era mai stata con altri cavalli in maneggio e appena gli si avvicinavano li calciava o si mostrava aggressiva nei loro confronti, procurando a volte anche piccoli incidenti ai cavalli e ai cavalieri, così la mia istruttrice disse che si doveva fare qualcosa e aggiunse che ci avrebbe pensato lei. Dopo uqualche settimana, quando ritornai da “Maja” aprii la porta del box notai con sorpresa che contentezza mi venne subito incontro.
Da lì cominciò il mio cammino verso una nuova strada, presto, mi resi conto sarebbe stata piena di ostacoli e dure prove da superare in quanto ero l’unica ragazza in maneggio. Una ragazza, con una cavalla difficile, circondata da un mondo differente. Per fortuna però a questa ragazza non mancava la passione e le ambizioni crescevano e si rafforzavano sempre di più ad ogni nuova soddisfazione.
Oggi finalmente possiamo giocare insieme con l’unica regola che non ci sono regole. Lei è cambiato tantissimo. Ora la cavalla che ho sempre sognato! Mi dispiace molto di non aver fatto queste scelte prima “Maja” ha un cuore grande e riesce a perdonarmi tutto anche se tante volte non merito il suo perdono.
Siamo cresciuti insieme, ora ce l’ho da circa 8 anni ed è diventata parte di me. E’ un ottima maestra e io cerco di fare il possibile per essere una buona allieva. La monto tranquillamente in capezza, in collare, a pelo senza niente e faccio cose che ho sempre sognato di fare e che non avrei mai immaginato”.