16, Ott, 2021 | Bellezza, Fashion
Di Francesca Ceccarelli
I profumi più famosi del mondo
Anche voi vorresti un profumo costoso?
Sembra una domanda banale ma non lo è se si considera che ormai anche la profumeria sfrutta nomi e marchi di alta qualità per imporsi sul mercato.
Quali sono i profumi costosi presenti sul mercato, andando a scoprire quelli più famosi, per i quali occorre una carta di credito platinum per acquistarli!
Perchè un profumo costa tanto?
Al di là del nome famoso, alcuni profumi sono ricavati da fragranze particolari, da lavorazioni specifiche e il prezzo può arrivare alle stelle anche per tali motivi. Bisogna comunque avere i mezzi giusti per permettersi un profumo costoso.
E se i prezzi che sentirete vi sembreranno degli sprechi esagerati, esistono al mondo persone che possono permettersi quella spesa. Non tanto per avere un odore unico addosso quanto per il gusto di sfoggiare questa possibilità.
Ecco quali sono i profumi famosi che battono ogni record, ordinati dal meno costoso fino al superlusso per eccellenza: buona lettura da Lusso Mag!
Annick Goutal Eau D’Hadrien
Questo profumo costa “appena” 441 Euro a bottiglia, per inteso una bottiglia da 28 ml. Si tratta di un aroma molto particolare, basato sulle erbe più che sui fiori, tra cui risaltano basilico e agrumi. Freschezza e leggerezza sono garantite, e anche la classe.
Joy di Jean Patou
Un profumo famoso e un mix incredibile di fiori (rose e gelsomini) in quantità industriali. Forse troppo dolce all’olfatto, nell’insieme, garantisce però ottimo adattamento a ogni tipo di pelle per un prezzo di 850 Euro a bottiglia.
Caron Poivre
Tra i profumi più costosi si annovera anche Caron Poivre, il quale si presenta in modo regale, in una bottiglia di vetro lavorato, custodita in un contenitore très chic!
Al “modico” prezzo di 1.000 Euro a bottiglia avrete su di voi un odore di legno, fiori selvatici e pepe.
Hermès Faubourg
Profumi buoni e dalla produzione limitata: 1500 Euro è il costo per questo profumo dalla bottiglia elegantissima. L’aroma mescola gelsomini, arance, pachouli, ylang ylang, vaniglia, ambra, sandalo.
Il risultato? Da provare!
Chanel Grand Extrait
Nella nostra classifica dei profumi costosi non poteva mancare Chanel Grand Extrait, il quale è l’evoluzione del ben più noto e apprezzato Chanel n°5.
Si tratta anche in questo caso di un “numero 5” ma con una lavorazione ancora più attenta degli elementi aromatici.
Ecco perché è un “grande estratto”: 4200 Euro per una bottiglia di incredibile freschezza.
Les Larmes Sac De Terre di Baccarat
Cosa c’entra Baccarat con i profumi? Tanto, se pensate che i famosi cristalli qui formano la boccia e soprattutto i tappi di un prodotto unico. Incenso e mirra, profumo da dei.
Per questo vale tutti i suoi 6.800 Euro a bottiglia.
Clive Christian Imperial Jubilee
Altro profumo top di vaniglia tahitiana e ylang ylang per creare un’aroma che vi farà sentire fresche e delicate, con eleganza.
Per una bottiglia da 28 ml il prezzo sale sopra le 12.000 Euro. A fare questa cifra contribuiscono anche il vetro pregiato e il tappo dorato con diamanti ad aumentarne lo splendore.
Shumukh
Shumukh è stato prodotto dalla Spirit of Dubai Parfums negli Emirati Arabi ed è il profumo più costoso al mondo!
Ci sono voluti tre anni di ricerca e oltre 400 esperimenti andati male prima di ottenere la fragranza meravigliosa che oggi merita il primo posto al mondo.
Questo top profumo lo merita anche per due record: quello del prezzo (un milione e mezzo di Euro) e delle dimensioni (197 centimetri!).
Qual è l’odore?
Un misto raffinatissimo di ambra, muschio, sandalo, rose di Turchia, pachouli, ylang ylang e incenso.
Riuscite a immaginarlo?
Roja Parfums Nüwa
Un altro profumo costoso e super seducente su cui investire è sicuramente il Roja Parfums Nüwa. La prima peculiarità riguardante questo profumo è che è unisex.
In un tempo che non pone più importanza nelle differenze canoniche tra uomo e donna, è curioso vedere come anche il mondo dell’eau de parfum si adegui. In effetti la percezione di questa fragranza va oltre quello che universalmente siamo portati a concepire come femminile o maschile.
Cosa è l’uno e cosa è l’altro?
Roja Parfums Nüwa è un profumo che azzera ogni differenza e mostra il meglio di sé adeguandosi a chiunque voglia fare dell’essenza un vezzo irrinunciabile e distintivo della propria personalità. In questo caso parliamo di un’essenza incredibilmente sofisticata, femminile nella dolcezza e maschile nella versatilità. Tra le tante altre qualità da poter attribuire a questo profumo troviamo la decisione, l’acutezza, la capacità di ammaliare e avvolgere.
Il prezzo ovviamente non è da sottovalutare: il costo di una boccetta media si aggira intorno ai 750 euro.
Dolce & Gabbana “The Only One Intense”
Tra le scoperte più recenti troviamo invece The Only One Intense, l’ultima produzione firmata Dolce & Gabbana. Si cambia totalmente registro con questa fragranza che si allontana totalmente da quelle precedentemente menzionate. Il The Only One Intense di Dolce & Gabbana è infatti un profumo che sa d’oriente e prova a racchiudere nella sua essenza tutta l’energia ammaliante, fascinosa e magnetica di terre lontane.
Lo spirito orientale, che la famosa Maison Italiana prova a riprodurre in questa fragranza, viene sicuramente evocato attraverso un’essenza floreale, dolce e ricca di candore.
All’energia esotica si aggiunge però anche il tratto distintivo della Maison, ovvero l’italianità che rende il marchio tanto amato all’estero e in patria.
È possibile trasmettere il made in Italy anche da una fragranza?
A quanto pare sì, e Dolce & Gabbana ci riesce alla grande. Dal profumo si può subito avvertire l’odore allegro e fruttato del mandarino italiano, dei neroli e della mela verde. Il tutto culmina attraverso un tocco finale di vaniglia e cashmeran.
The Only One Intense di Dolce & Gabbana, dunque, può dirsi l’ennesima conferma di successo della casa di moda. Il profumo è stato molto ben accolto dagli affezionati al brand e non solo. È possibile quindi considerarlo come una scelta di gran classe.
In conclusione possiamo dire che il mercato riguardante i profumi di lusso è saturo di fragranze delicate, romantiche o super sofisticate. Ciascuna delle scelte che vi abbiamo riportato oggi ne è la chiara prova.
Affinché possiate rimanere felici della scelta d’acquisto ricordiamo però che il profumo va scelto sulla base di un’attenta personalizzazione. Prima dell’acquisto ricordate sempre che oltre a dover essere effettivamente accattivante e seducente, una fragranza deve rappresentarci. Ad esempio, le femme fatale, potrebbero amare i profumi più dolci e decisi, le ragazze della porta accanto quelli più semplici e floreali. Tutto dev’essere ricollegato al nostro modo di essere. Solo in questo modo potremo essere certi di aver fatto la scelta giusta.
16, Ott, 2021 | Fashion, LifeStyle, Uncategorized
Renato Preti, managing partner del fondo Opera, spiega le mutazioni del mercato
e come i grandi marchi del lusso sono chiamati ad adeguarsi. “Oggi il brand non basta pi˘, la gente cerca in quello che compra soprattutto piacere e divertimento”.
di Giuseppe De Pietro
“Intorno al made in Italy ormai Ë cambiato tutto. E’ come essere entrati in un altro mondo. PoichÈ non ci sono, almeno per il grosso pubblico, segnali evidenti sembra che non sia cambiato niente. Ma non Ë vero”. Renato Preti, che da tempo sul made in Italy e sul lusso in generale ha idee piuttosto severe, ha titoli per occuparsi di questo argomento perchÈ Ë managing partner di Opera (un fondo di private equity che ha costituito nel 2000 insieme alla Bulgari) che si occupa proprio e specificatamente di aziende del settore Italian Lifestyle.PerchÈ dice che Ë cambiato tutto? “Intanto, circolano delle cifre piuttosto significative. Fatti i conti sui maggiori undici players mondiali del lusso noi abbiamo che il loro fatturato nel 1999 era cresciuto di quasi il 20 per cento, di quasi il 30 per cento l’anno dopo. Poi, nel 2001 la frenata. Le vendite crescono solo dell’8 per cento.
Nel 2002 la crisi: scendono dello 0,4 per cento. Nel 2003 si dice che risaliranno, ma la stima corrente Ë che la crescita sia solo del 2,3 per cento e nel 2004 si arriver‡, forse, al 5,7 per cento. Insomma, i trend di crescita del 20-30 per cento all’anno sono scomparsi. Non ci sono pi˘”.Altri cambiamenti? “Età e soldi” Cioè? “Fra i clienti crescono i giovani. Nel 1997 i giovani fino a 25 anni era il 36
per cento rispetto al totale della clientela, nel 2001 erano gi‡ il 47 per cento.
Il settore, cioè, si avvia a avere in maggioranza una clientela che è al di sotto dei 25 anni. E questo vuol dire moltissimo: altri stili di vita, altre richieste, altre abitudini, altre attenzioni”. E poi c’è il discorso dei soldi. “SÏ Nel 1997 le classi con alto reddito costituivano il 27 per cento dei clienti del lusso, oggi siamo gi‡ scesi al 25 per cento. Nel frattempo le classi “medie” (come reddito) sono passate dall’11 al 16 per cento e quelle a basso reddito dal 9 all’11 per cento. Anche qui, insomma, c’Ë un cambiamento. Di fatto nel mercato, come clienti, stanno entrando forza i giovani e le classi medie. Insieme, si tratta di un mix abbastanza esplosivo”.
Ma i cambiamenti non sono tutti qui, suppongo. “Infatti, ci sono altre cose che stanno cambiando. E, di nuovo, siamo a una svolta molto importante”. Di che cosa si tratta? “Sarebbe un discorso lunghissimo (c’Ë gente che vi ha scritto sopra interi libri e ci sono decine e decine di ricerche molto complesse).
Ma, semplificando, possiamo dire questo: negli anni 80 il made in Italy era soprattutto esibizione, ostentazione. La Milano da bere, via. Negli anni 90 si Ë trasformato in brand.Poichè sono uno che ha reddito, e che ha gusto, mi vesto Armani, Versace, Prada, ecc. Gli anni Novanta sono i grandi anni della marca, del brand, della griffe”. E adesso? “C’è una rivoluzione, e non so quanto sia stata compresa da tutti”. In che cosa consiste? “Sostanzialmente oggi la gente non compra più˘ cose belle per esibizionismo o perchÈ sono firmate da una griffe famosa. Compra per piacere e per divertimento. Per avere un’emozione. E questo complica tutto”. Qualche esempio? “Sono sotto gli occhi di tutti. Qualche giorno fa incontro una mia conoscente, ricchissima, che era tutta vestita di Zara, cioË di questa grande catena spagnola di roba poco costosa. Un fatto impensabile fino a qualche anno fa.
Ma adesso, no. Si può fare. Perchè? Perchè è divertente, perchÈ queste sono cose carine. D’altra parte, non si tratta solo della mia amica. Zara a Milano ha un buon successo e adesso Ë arrivata anche la catena svedese H&M. Insomma, la discriminante non Ë pi˘ la griffe importante, Ë che la roba proposta sia piacevole e divertente. I soldi, nonostante tutto, ci sono. Ma la gente ha fatto un salto e compra quello che vuole. Vuole un altro caso? Le motociclette. Quelle straniere saranno anche pi˘ solide, avranno delle loro indubbie qualit‡, ma le moto “belle” sono le italiane. Basta andare in qualunque salone e si vede subito. C’è dentro una cifra stilistica, una cura, che le grandi case straniere non riescono a eguagliare. E la gente compra le moto italiane: perchÈ sono belle, perchÈ sono emozionanti, addirittura perchÈ,m a volte, non riusciamo nemmeno a fare tutte quelle che il mercato richiede”. Tutto questo cambiamento che cosa comporta per il nostro made in Italy, per il nostro mondo del lusso? “Temo conseguenze pesanti. I nostri sono tutti marchi affermati, e quindi continueranno a vendere per anni e anni. Ma temo che, in un certo senso, abbiano un grande futuro alle spalle. Temo che non riescano pi˘ a essere i protagonisti di domani”.
E come mai? “Ma, forse, perchè per essere divertenti, innovativi, di rottura, bisogna essere giovani o essere arrivati al successo da poco. Le nostre grandi griffe, invece, ormai sono un po’ delle cattedrali, delle strutture con stili precisi, collaudati, che funzionano. Non me li vedo che assumono di colpo due o tre stilisti fuori linea ma molto creativi con il preciso scopo di fare cose che stupiscono, che divertono. Non voglio fare nomi, come Ë ovvio, ma non è difficile capire quello che intendo dire. Se uno continua a farmi lo stesso abito, perfetto, fatto benissimo, con grandi tessuti e grande taglio, ok.
Ma nell’armadio ne ho gi‡ tre. Sabato mattina, invece, voglio andare in centro e comprarmi qualcosa che non ho (e che forse nemmeno mi serve), ma che mi d‡ la sensazione di avere addosso una cosa nuova, piacevole, anche controcorrente”. Un bel problema. “In pi˘ aggiunga che l’attenzione della gente si sta un po’ spostando. Dai vestiti alla casa, ad esempio. Nel settore arredamento la spesa sta crescendo in
misura molto forte”. Ma, ripeto, tutto questo che cosa significa per il made in Italy? “Penso che i settori in crescita siano appunto l’arredamento, le motociclette, l’illuminazione (le lampade), ma anche i cibi e i vini (il vero cuore dell’Italian Style of life)”. E qui come siamo messi? “Abbiamo tutto. Abbiamo i prodotti pi˘ belli del mondo, in assoluto. Nessuno fa lampade come le nostre e nemmeno mobili. Delle motociclette ho gi‡ detto, e potrei andare avanti nell’elenco. Insomma, fuori dalla moda, dall’abbigliamento, siamo in realt‡ ancora i pi˘ bravi del mondo. Il nostro gusto, anche in tutto quello che non Ë abbigliamento, rimane straordinario e molto ricercato. Provi a andare al cinema. Se l’azione si svolge in qualche salotto “di livello” sarà impossibile non vedere sullo schermo almeno un paio di lampade italiane e
qualche divano dalle nostre aziende”.
Allora siamo a cavallo. “Non tanto, per la verità”. E perchè? “Ma perchè andiamo a sbattere contro la solita maledizione italiana. Abbiamo le cose più belle del mondo, ma poi le aziende sono piccole, spesso familiari,
spesso lontane dal marketing moderno. Tante volte, quando il fondatore si deve ritirare, non si riesce a organizzare una successione valida. E quindi, alla fine, queste imprese coprono solo una parte minuscola dell’immenso mercato che hanno di fronte. Che è un mercato mondiale. E per stare su un mercato mondiale ci vogliono strutture forti. Crete ditte straniere solo con le magliette e i cappellini fatturano pi˘ delle nostre aziende omologhe. Gli altri solo con i cappellini legati alla marca fanno pi˘ di quello che qui si riesce a fare con cappellini e prodotto. La differenza sta nel fatto che gli altri sanno occupare un mercato mondiale, noi molto meno”. Siamo senza speranze? “No. Il vento del lusso, nonostante tutti i cambiamenti che abbiamo visto, tira ancora dalla nostra parte. Solo che dobbiamo riuscire a alzare qualche buona
vela per correre pi˘ forte”.
16, Ott, 2021 | Cultura
Libro di Dacia Maraini “Poco più che d’estate”
Le storie di famiglia sono state da sempre i primi racconti che abbiamo ascoltato ancora bambini.
Più spesso venivano svelate come dei veri segreti, come qualcosa che non si sarebbe dovuto confessare. Rivelazioni che saltavano una generazione, quella dei nostri padri e delle nostre madri, ed erano invece patrimonio dei nonni. Poi col tempo arrivavano anche le versioni dei genitori, ma solo dopo anni, quando diventavano vecchi anche loro. Era l’età avanzata che in qualche modo li legittimava a scoprire i segreti di famiglia. Vecchie zie incattivite da fidanzamenti spezzati, bisnonni finiti in bancarotta trovati impiccati dal figlio più giovane che da quel giorno aveva perso la parola, vite spezzate, amori proibiti e via dicendo.
Insomma quella normalità’ che era sembrata per anni anche un po’ noiosa e senza sorprese veniva finalmente sconfessata per una verità ben più affascinante. E dev’essere questa credo la ragione di tanti romanzi, come questo di Luisa Di Maso, che hanno scelto una storia di una famiglia per attraversare un’epoca, per raccontare personaggi magari di pura fantasia, ma immaginati in carne ed ossa, credibili.
In questo romanzo breve, una vacanza che prende inizio sul battello che porterà un ragazzo di quattordici anni e sua madre a Ventotene, diventerà per entrambi l’inizio di una nuova vita e la scoperta di verità
insospettabili.
Scritto con intenzione di restituire le emozioni di un adolescente che si trova per la prima volta faccia a faccia con l’amore e non sa come comportarsi, il racconto scorre veloce e seducente. Attraverso le parole dell’autrice risentiamo quel senso di inadeguatezza che abbiamo avuto tutti a quell’età, quando i sentimenti, le sensazioni sono dolorosamente più grandi di noi, ma nessuno sembra rendersene conto. Anzi, no, forse qualcuno è sempre stato più sensibile di altri con la saggezza di una lunga storia alle spalle e la sensibilità di chi riesce a guardare dentro le persone ed era quasi sempre un nonno.
Anche in questa storia si narra di un legame speciale del ragazzo con un uomo anziano che vede nel nipote il giusto depositario del più grande segreto di famiglia. Qualcosa che dovrà essere la prova della sua maturità, il giro di boa per farlo diventare adulto.
E come nelle favole, accade tutto in una straordinaria sequenza di coincidenze, di incontri, di rapporti. In una estate assolata e languida che sarà solo l’inizio di una nuova vita, i personaggi della Di Maso prenderanno corpo e poetica consistenza.
Quel segreto tenuto nascosto per così tanto tempo diventa la ragione, la forza di sentimenti mai prima provati e lo sprone per tracciare una nuova strada da seguire.
Dacia Maraini
16, Ott, 2021 | Arte
I costi sono altissimi nel mercato dell’arte moderna
dei pezzi pregiati
di Rosario Sprovieri
Attualmente il mercato dell’arte punta al rialzo, ma con intelligenza, rispondendo ancora una volta a una formula essenziale, qualità e rarità proposte con la giusta stima. E se in sala o al telefono ci sono molti collezionisti decisi a giocare tutto per tutto pur di accaparrarsi l’opera, le stime possono essere bruciate in pochi minuti. È il caso del bronzo del Giacometti in grandezza naturale, L’homme qui marche I del 1961, di cui esistono solo sei esemplari al mondo, oltre a quattro prove d’artista, stimata soli 12-18 milioni di sterline e aggiudicata da Sotheby’s il 3 febbraio a 65 milioni, record mondiale per l’opera più cara venduta in un’asta. Proprietaria era la Commerzbank, mentre l’acquirente è un anonimo, probabilmente russo o del Medio o Estremo Oriente. Ma le aste di febbraio di Christie’s e Sotheby’s a Londra di impressionisti, arte moderna e contemporanea hanno risultati significativi per altre firme internazionali, compresa l’arte italiana del XX secolo.
Nella vendita serale di arte moderna di Christie’s del 2 febbraio (76,9 milioni di sterline di fatturato) il prezzo più alto (oltre 8,1 milioni di sterline, contro una stima di 3-4 milioni) è stato pagato da un anonimo inglese per Tête de femme del 1963 di Pablo Picasso, ovvero Jacqueline che divenne la più importante delle sue Muse e modelle. Oltre 6,4 milioni (contro una stima di 4-6 milioni) ha pagato un anonimo europeo per Espagnole del 1916 di Natalia Goncharova, record mondiale dell’artista all’asta. L’opera, custodita in una collezione svizzera dagli anni ‘80, è un significativo esempio della rara serie cubo-futurista ove emergono le due discipline, la pittura e il design teatrale, che rendono celebre questa artista. Nel giugno del 2008 la sua opera Les fleurs, realizzando 5,5 milioni di sterline, aveva stabilito il record mondiale per un’opera pittorica realizzata da una donna.
Nella vendita serale di impressionisti e di arte moderna da Sotheby’s il 3 febbraio (fatturato totale di circa 147 milioni di sterline), oltre al bronzo del Giacometti, l’altra attesissima gemma era rappresentata da uno dei più importanti paesaggi di Gustav Klimt mai apparsi prima sul mercato, Church in Cassone – Landscape with Cypresses del 1913. È l’unico esempio sopravvissuto delle sue opere raffiguranti il Lago di Garda e appartenuto all’epoca al grande magnate del ferro Viktor Zuckerkandl, aggiudicato per oltre 26,9 milioni di sterline, contro una stima di 12-18 milioni, record mondiale per un paesaggio dell’artista. Era andato perso durante il periodo nazista, riapparendo solo molti decenni dopo. Nell’opera, ove alla rarità si aggiunge l’eccezionale qualità artistica, Klimt costruisce il villaggio che si riflette nel lago attraverso un mosaico di colori accesi: l’appiattimento della superficie pittorica e l’uso di forme geometriche sovrapposte costituiscono la sua risposta al Cubismo che aveva sperimentato durante il suo viaggio a Parigi nel 1909.
Le aste di post war e arte contemporanea hanno preso il via il 10 febbraio con la vendita serale di Sotheby’s che ha fatturato 54,1 milioni. L’attesa era improntata all’ottimismo dopo i segnali positivi del novembre scorso quando un’iconica opera di Andy Warhol, 200 One Dollar Bills, aveva raggiunto da Sotheby’s a New York i 43,7 milioni di dollari. Il dato più importante è la grande partecipazione italiana interessata soprattutto alla collezione dei coniugi tedeschi Lenz formata in un periodo di 50 anni con opere dei maestri internazionali appartenenti al “Gruppo Zero”. Questo movimento europeo nato nel 1957, a cui avevano aderito gli italiani Lucio Fontana e Piero Manzoni, era caratterizzato da immagini monocromatiche ricche di spiritualità e dinamismo.
Di Lucio Fontana, un potente Concetto Spaziale New York 1962, tagli e graffiti su rame (198×98 cm) ha raddoppiato la stima realizzando 3.065.250 sterline. L’artista si era ispirato salendo in cima al Seagram Building di Manhattan, fatto di bronzo e vetro dorato, che a lui apparve «come se contenesse il sole». L’asta è stata un successo per gli artisti italiani, tra i dieci top lot quattro erano rappresentati da Fontana e uno da Piero Manzoni (un Achrome del 1958 venduto per 2.841.250 sterline). Record pure per Gianni Colombo con Strutturazione pulsante del 1960 (133 mila sterline, precedente record 43 mila), Piero Dorazio con Petit Poème de la délusion (241.250 sterline, precedente record 210 mila), Agostino Bonalumi con Bianco (223 mila sterline, precedente record 169 mila), Enrico Castellani con Untitled, Silver Surface (stima 70 / 90 mila, realizzo 493 mila, precedente record 490 mila).
Anche nell’asta dell’11 da Christie’s, con un fatturato di 39,1 milioni, l’autentica sorpresa arriva da un artista italiano, Alighiero Boetti, che con il suo Ononimo del 1973, penna biro su carta, monumentale opera in undici parti, raggiunge 1.049.250 sterline partendo da una stima di 250 / 350 mila. Un record mondiale per questo grande esponente dell’Arte Povera, ma un segnale che un vento a lui a favore lo sta consegnando a una platea internazionale di collezionisti, in vista anche dell’importante esposizione / vendita che aprirà i battenti a Parigi il 18 marzo presso la Galleria TornabuoniArte di Avenue Matignon e alle retrospettive che saranno a lui dedicate dal prossimo settembre dal Centre Pompidou di Parigi, dal Tate di Londra, dal Moma di New York. Allora si potrà dire Boetti come Fontana.
16, Ott, 2021 | Fashion, Gioielli
Di Sergio Ferroni
Intervista all’inventore del lusso Ha adattato Cartier ai tempi moderni, ha anticipato la tendenza a legare il lusso all’arte e la sua mano si nota ancora nelle scelte strategiche del colosso Richemont
L’ufficio di Alain-Dominique Perrin presso la Fondation Cartier pour l’art contemporain di Parigi è uno spazio relativamente sobrio per un uomo che da mezzo secolo detta il lusso in tutto il mondo. Nella cornice spiccano i libri sulle mostre d’arte d’avanguardia che da 32 anni ospitano la fondazione da lui presieduta sin dal primo giorno. A 74 anni, Perrin conserva l’incrollabile vitalità che lo ha portato a guidare Cartier negli anni cruciali dal 1976 al 1998 e che lo mantiene come una delle voci principali di Richemont, il colosso che racchiude alcuni dei marchi di alta orologeria. importanza, come lo stesso Cartier, Vacheron Constantin, Jaeger-LeCoultre e A. Lange & Söhne. In questa intervista esclusiva a Tiempo de Reloj, rievoca alcuni dei passaggi più rilevanti della sua biografia e analizza il futuro del settore.
Sei nato nel 1942, lo stesso anno in cui morì Louis Cartier. Non è una reincarnazione?
È un segno. Ho iniziato con Cartier nel 1969, ma non ci sono sempre stato. Ho diretto Richemont dal 1999 al 2003 e sono andato in pensione mezza pensione. Ora con Johann Rupert definisco la strategia del gruppo. E per te tutto è iniziato quando vendevi accendini Cartier. Sì, l’ho fatto per sei mesi, è stato un successo e Robert Hocq [proprietario della società di accendini Silver Match] mi ha assunto. Sono stato suo subordinato per alcuni mesi. Poi mi ha nominato capo delle vendite e un anno dopo ero già direttore generale della [linea più leggera] Briquet Cartier. Successivamente abbiamo lavorato con due o tre persone sul concetto di Les Must de Cartier. Ho scritto il concetto […]. Hocq, che era più finanziario, acquistò la maggior parte di Cartier perché Briquet era solo una licenza. Nel 1971 abbiamo comprato Cartier Paris, nel 1974 sono andato a comprare Cartier London perché parlava inglese, e nel 1978 abbiamo comprato Cartier New York con l’aiuto della famiglia Rupert.
Perché creare Les Must de Cartier e non recuperare lo storico marchio?
L’azienda stava perdendo denaro e la redditività era necessaria per sviluppare l’attività. Negli anni ’70 i successi del lusso in Francia furono pochi. Solo l’accendino Dupont e poco altro. Yves-Saint Laurent non esisteva e il lusso era un affare da negozi, non grandi aziende. Hermès aveva un negozio a Parigi e un altro a Cannes. [Louis] Vuitton dormiva con un negozio in Avenue Marceau. Il concetto di Les Must de Cartier era molto forte e c’era un’opportunità nel mercato. Era un marchio con prodotti costosi e di lusso, con una distribuzione specializzata in gioiellerie e tabaccherie oltre la boutique Cartier in Rue de la Paix.
Stavano reinventando il lusso?
Sì. Il successo è stato enorme ed è arrivato rapidamente. Non c’era mercato e l’abbiamo creato in due o tre anni, ei benefici sono stati molto importanti. […] Ho rifatto il modello Santos nel 1978 ma l’orologio più importante è stato il Tank. Abbiamo sviluppato una collezione di otto o nove modelli in oro e abbiamo iniziato a venderli nelle gioiellerie di tutto il mondo. La politica del suo Paese lo ha riconosciuto: la Legion d’Onore, l’Ordine Nazionale al Merito… Sì, naturalmente. Questo perché ho creato molti posti di lavoro. Ora a Richemont lavorano 33mila persone nel mondo e in Francia abbiamo circa 10mila dipendenti. Quando ha creato la Fondazione Cartier, collegare l’arte contemporanea al lusso in un decennio come gli anni ’80 era fare politica in Francia. Per me era una cosa politica. Dovevamo trovare un’idea per far sì che Cartier fosse simile all’establishment. All’inizio degli anni ’80 era un’azienda di lusso e ai nuovi socialisti non interessava il lusso. Ricordo una discussione con [l’economista, scrittore e politico] Jacques Attali, nel 1978. Attali era un socialista e [François] Mitterrand non era ancora stato eletto [presidente della Francia]. I socialisti volevano nazionalizzare Cartier. Attali, che ha più o meno la mia età, è venuto a parlare con noi e gli abbiamo chiesto come pensava di fare la nazionalizzazione. Dopo 30 minuti gli abbiamo detto: “Monsieur Attali, quando si vuole annunciare una decisione politica del genere, bisogna fare una piccola ricerca. Cartier è un’azienda straniera dal 1934”. Il ragazzo è diventato bianco. Negli anni ’30 Louis Cartier ei suoi fratelli decisero di portare Cartier in Svizzera, quando Hitler era in Germania e c’erano difficoltà in Francia con il Fronte Popolare. Da allora è un’azienda svizzera. Lo hanno fatto per proteggere il marchio e alcune officine. E abbiamo aperto un negozio molto importante a Ginevra che oggi compie 80 anni.
Lo scultore César, Andy Warhol, Elton John … Le celebrità hanno avvicinato Cartier o Cartier alle celebrità come una strategia?
Siamo stati i primi a lanciare un orologio o un gioiello con le celebrità per amicizia. Elton John è un buon amico da 40 anni, Tina Turner lo stesso, e molti altri. C’era Richard Gere,