15, Nov, 2025 | LifeStyle, Turismo
Roma, 15 Novembre 2025 – Si è conclusa ieri sera, dopo due intense giornate di lavoro, networking e confronto, l’ottava edizione di Ecoluxury Fair. Tenutasi il 13 e 14 novembre 2025 nello storico Spazio Field – Palazzo Brancaccio a Roma, la fiera si è confermata come l’appuntamento di riferimento internazionale per il turismo di lusso sostenibile.
Organizzata da Ecoluxury – Retreats of the World, realtà ideata da Enrico Ducrot, CEO di Viaggi dell’Elefante, l’edizione 2025 ha superato le aspettative, registrando la partecipazione di oltre 300 operatori B2B e circa 1000 presenze complessive. I numeri consolidano il posizionamento strategico della manifestazione nel promuovere una cultura del viaggio autentica, consapevole e attenta a generare valore condiviso.
L’Eccellenza Incontra il Futuro del Viaggio
L’evento ha riunito un pubblico selezionato di buyer, espositori e stakeholder internazionali, tutti accomunati dalla volontà di ridefinire gli standard dell’ospitalità di alta gamma alla luce dei nuovi paradigmi ambientali e sociali.
Il ricco programma si è articolato tra forum, tavole rotonde e workshop che hanno affrontato tematiche cruciali per il settore: dalla gestione sostenibile delle risorse nelle strutture di lusso, ai criteri di certificazione ambientale, fino alle strategie per coinvolgere il viaggiatore in esperienze a impatto positivo.
“L’edizione di quest’anno ha dimostrato che sostenibilità e lusso non sono più concetti antitetici, ma elementi sinergici essenziali per il futuro del viaggio,” ha commentato Enrico Ducrot a margine della chiusura. “Abbiamo visto una straordinaria energia e concretezza nei progetti presentati. Il ruolo di Ecoluxury Fair è quello di essere un laboratorio di idee e una vetrina per soluzioni d’avanguardia che permettano all’intera filiera di costruire un nuovo modo di viaggiare.”
Roma, Hub Internazionale del Lusso Consapevole
La scelta di Roma, e in particolare della cornice di Palazzo Brancaccio, ha rafforzato il significato culturale dell’evento. La Capitale è stata, per due giorni, un vero e proprio hub internazionale, non solo per gli incontri B2B, ma anche per le attività collaterali.
La giornata di anteprima del 12 novembre ha visto i buyer internazionali impegnati in site inspection presso alcune delle più prestigiose strutture ricettive capitoline, culminando in un incontro riservato alla rete di agenzie “Punto Elefante”, confermando il ruolo centrale di Viaggi dell’Elefante nella promozione di questa filiera.
Accanto agli incontri professionali, la fiera ha incluso anche visite culturali e tour esperienziali per far conoscere ai buyer le eccellenze territoriali fuori dalle rotte più convenzionali, rafforzando il legame tra l’evento e il territorio.
Il successo dell’8ª edizione di Ecoluxury Fair traccia la strada per un settore del turismo di lusso che vede nell’esclusività non solo il servizio, ma soprattutto la responsabilità.
8, Dic, 2024 | LifeStyle
bissa la serata-evento “A Tavola con Puccini”
Al Ristorante Toscano Il Buco nuovo omaggio al Genio del Maestro per il centenario della morte con il tenore Sergio Panajia Terzo appuntamento di Venerdì 6 Dicembre al Ristorante Toscano “Il Buco”, per la seconda delle serate-evento “A Tavola con Puccini” – Omaggio ai Sapori di Lucca e al Genio del Maestro nel centenario della morte del grande compositore (29 novembre 1924) presentate dal “TEATRO DEL GUSTO” il nuovo format esperienziale che unisce ARTE, BUON CIBO e BUON BERE nato da un’idea e dalla collaborazione tra ANPA – Accademia Nazionale Professioni Alberghiere e lo storico locale, dal 1901 uno dei luoghi più iconici della Capitale nel centro di Roma, in Via di S. Ignazio, 7 e da sempre “salotto
buono dell’enogastronomia” cittadina.
Dopo il sold out della serata dello scorso 22 Novembre, i Patron de “Il Buco” Francesco Cipriano e sua moglie Melissa Fontana, insieme alla Direttrice Artistica del Progetto e Presidente ANPA Cristina Ciferri, promettono un nuovo viaggio emozionale nella meravigliosa vita di Giacomo Puccini, in un crocevia di suggestive e coinvolgenti esperienze immersive, sensoriali e gustative da vivere e condividere all’interno di “una stanza”, la celebre saletta “pirandelliana” scelta appunto nel 1934 da Luigi Pirandello per festeggiare il Premio Nobel, oggi ripensata come «covo» artistico-gastronomico e Teatro di “piccoli Spettacoli dal grande Sapore” dove farsi rapire dal linguaggio globale del Buono e del Bello.
L’esperimento già sapientemente riuscito nella serata precedente, gioca sulla capacità di far dialogare e interagire contestualmente tra loro Arti diverse, in questo caso il canto lirico, la musica operistica, la storia, la cultura e il cibo, trasformandole nella “narrazione” multisensoriale di un Giacomo Puccini “Uomo e Compositore” che attraverso i virtuosismi del pluripremiato tenore romano Sergio Panajia chiamato ad esibirsi in una selezione delle più amate arie pucciniane tratte dalle opere “Madama Butterfly”, “La Bohème”, “La Fanciulla del West” “Turandot”, “Tosca”, “Manon Lescaut”, sembrerà magicamente materializzarsi e prendere vita, suscitando negli ospiti la sensazione di vedere il Maestro seduto a tavola accanto a loro, a gustare convivialmente gli ottimi piatti della sua amata cucina di casa, rapiti dal racconto delle sue rocambolesche avventure amorose, dalla confessione delle sue infinite passioni, ma anche chiamati a dialogare sulle sofferenze fisiche e sui dolori intimi della sua anima, il più delle volte fonti di ispirazione delle più struggenti ed immortali opere.
Sergio Panajia: Nato a Roma. Diplomato in Canto al Conservatorio di S.Cecilia, laureato in Sociologia. Vincitore di diversi concorsi nazionali e internazionali tra cui Battistini, Spoleto, Caruso. Ha cantato in tutto il mondo: Giappone, America (2 volte alla Carnagie Hall, New York), Corea, Russia, Europa, Egitto. Ha registrato Medea di Pacini per l’Arkadia e Zaza’ per la Buongiovanni. Si è esibito diverse volte per la Rai e
Rai International. Docente di Conservatorio. Nel suo repertorio anche alcune tra le maggiori Opere di Verdi, Puccini e del Verismo italiano.
La serata-evento del 6 Dicembre, riservata a non più di 30/35 ospiti nel rispetto della filosofia del format artistico, regalerà dunque la suggestione di lasciarsi rapire da melodie soavi condite dagli straordinari sapori dei piatti lucchesi prediletti dal Maestro, in particolare i saporiti taglieri di salumi di cinta, formaggi e crostini toscani, i fagioli al fiasco che gustava nel Monastero di Vicopelago dove viveva sua sorella Iginia (Suor Giulia Enrichetta), le zuppe di funghi e cavolo nero, il cinghiale in agrodolce che adorava cacciare da grande appassionato di arte venatoria, le pappardelle al ragù di lepre, il coniglio al tartufo, il tutto condito con olio extravergine d’oliva lucchese e annaffiato dai pregiati vini Toscani celebrati in tutte le sueopere.

Questo è e vuole essere il “TEATRO DEL GUSTO”! Un piccolo Paradiso culturale, rifugio per artisti affermati ed emergenti, appassionati di arte e buongustai, luogo dove l’anima trova ristoro e si rinnova, avvolta dal fascino dell’arte e dalla delizia del buon cibo, nell’atmosfera senza tempo de Il Buco, da125 anni scrigno della memoria storica della nostra Capitale
8, Dic, 2024 | Nobilitas
di Giuseppe De Pietro
Il Re Carlo d’Inghilterra è da sempre un paladino della lotta al cambio climatico. Dalla trasformazione biologica delle sue fattorie agli appelli ai finanziatori per la transizione ecologica ecco cosa significherà il suo impegno per l’ambiente
“La natura è la nostra migliore maestra. Il ripristino del capitale naturale, l’accelerazione delle soluzioni basate sulla natura e lo sfruttamento della bioeconomia circolare saranno fondamentali per i nostri sforzi”. Con queste parole Carlo III si era rivolto lo scorso novembre ai leader mondiali riuniti a Glasgow per la Cop 26 e il suo discorso non era stato soltanto la dovuta prolusione del padrone di casa che saluta i suoi ospiti.
Il re Carlo è un ambientalista della prima ora e si può considerare anche il primo regnante davvero coinvolto nella lotta al cambio climatico. Carlo III parlava di emergenza clima già nel 1970, una data che soltanto a noi italiani pare preistoria dell’impegno ecologista, perché la Gran Bretagna, insieme alla Germania, è stato uno dei Paesi europei in cui la necessità di rimediare ai disastri provocati dall’industrializzazione si è mostrata prima.
Tanto è forte l’adesione del successore di Elisabetta II alla causa, da avergli fatto rimarcare lo scorso luglio, quando la Gran Bretagna boccheggiava stretta in una calura senza precedenti e stremata dalla siccità: “Le temperature da record di questi giorni dimostrano che ho ragione a parlare di emergenza climatica”. In questa affermazione così perentoria non c’è soltanto la giusta preoccupazione di chi ha a cuore l’ambiente, c’è anche un indizio sul modo in cui Carlo percepisce se stesso: un innovatore ecologista, un esperto, quasi al pari con gli scienziati.
Il suoi pensieri sul clima sono state sempre appassionate, dirette, sicuramente inusuali per l’erede di una regina che ha invece fatto della misura e del rispetto delle prerogative proprie della corona in Gran Bretagna la sua cifra stilistica. Nel 2013, poco prima di una riunione del Commonwealth in cui avrebbe preso il posto della madre, Carlo III è arrivato a criticare le “lobby aziendali” e gli scettici del cambiamento climatico per aver trasformato la Terra in un “paziente in fin di vita”. Aver attaccato le imprese “che non si prendono cura dell’ambiente” prima di una riunione in cui ci sarebbero stati rappresentanti di Paesi come l’Australia e l’India, tra i maggiori inquinatori al mondo e sedi di alcune delle maggiori multinazionali del fossile, è stato un gesto di grande valore per la causa climatica.
Re Carlo non si è limitato alle parole e ha avviato processi di coltivazioni biologiche e di rinaturalizzazione nelle sue proprietà, soprattutto nei vasti possedimenti del Ducato di Cornovaglia, quasi 400 chilometri quadrati di terra, per lo più nel sud-ovest dell’Inghilterra. Nella sua Duchy Home Farm ha convertito al biologico 360 ettari di coltivazioni e già dal 2011 il tetto del caseificio, parte dell’azienda agricola, è stato dotato di oltre 400 pannelli solari.
E’ impegnato con delle associazioni benefiche che dirige, spesso impegnate in progetti di consapevolezza ambientale, ha promosso l’economia circolare e il riciclo e ha usato la sua influenza per riunire investitori disposti a finanziare la transizione ecologica con il forum Sustainable Markets Initiative. Infine ha chiesto la definizione di una tabella di marcia per affrontare le crisi del clima e della biodiversità.
Tra le iniziative in questo senso risalgono appunto allo scorso novembre, alla vigilia della Cop26, quando di fronte a leader politici ed esponenti della finanza ha detto: “Abbiamo un’opportunità potenzialmente rivoluzionaria per portare avanti le partnership tra governo, imprese e finanza privata, che sono assolutamente vitali se vogliamo vincere la battaglia per combattere il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità. Se non riusciamo a sbloccare effettivamente le risorse e l’innovazione del settore privato, con il settore pubblico che definisce il quadro degli incentivi e della regolamentazione, non abbiamo alcuna possibilità di risolvere questa crisi esistenziale che abbiamo causato nel corso degli anni”.
Re Carlo ora non avrà più potere nel portare avanti le sue battaglie ambientaliste. Potrà continuare a far sentire la sua influenza e le sue parole avranno più eco rispetto a quando era soltanto l’erede al trono, ma non potrà promulgare leggi né disporre finanziamenti.
Il suo impegno ambientalista non gli ha guadagnato in generale più simpatie. La stampa conservatrice lo ha attaccato in maniera feroce quando ha detto di voler rinnovare le aree urbane e incoraggiare cambiamenti nello stile di vita per ridurre le emissioni di CO2, accusandolo di voler promuovere azioni simili a quelle del regime cinese, che deporta la popolazione. È stato accusato da destra di essere un fondamentalista e da sinistra di essere un ipocrita.
Gli scienziati gli hanno obiettato che alcune delle sue teorie (raccolte nel suo libro Harmony del 2010, tra cui la convinzione che esiste una “geometria sacra” nel disegno dei petali dei fiori, nel movimento di Venere attraverso il cielo notturno nel corso del tempo e nelle vetrate della Cattedrale di Chartres) sono poco più di panzane new age e gli hanno rimproverato di non aver promosso investimenti sulla ricerca scientifica. Sebbene si sia fatto fotografare mentre gira in bicicletta per le sue terre e abbraccia gli alberi, il movimento ambientalista non gli perdona di non rinunciare al jet privato, né ad alcuna delle comodità che hanno un impatto notevole sul clima.
Ora è arrivato il suo momento, non soltanto perché è re, ma perché non c’è stata mai tanta attenzione per il clima. Di sicuro le sue esternazioni in proposito saranno tra gli elementi su cui si valuterà in che modo interpreta il suo ruolo.
8, Dic, 2024 | Equitazione, Sport
di Renato Alessio
Nato all’immaginario di un popolo come il purosangue arabo. “Un mito che Dio fece uscire i puledri dal mare agitato, e furono loro a insegnare al vento la velocità”. Il cavallo è oggetto di un amore quasi mistico. «Nulla è più intenso – cantò un poeta islamico – che cavalcare a briglie sciolte verso l’infinito». Se l’epica e il sacro sono un bel pezzo del fascino di questa razza equina, considerata la più nobile e la “miglioratrice” di tutte le altre, l’ambiente deserto ne fu il selezionatore, e i nomadi a lungo i compagni di vita, che ne decantavano la bellezza in versi: fronte camusa e collo tornito, carattere affettuoso e spirito d’acciaio.
L’arabo più bello
del mondo tante volte è stato eletto a dicembre, al Salon du cheval di Parigi, da una autorevole giuria internazionale. Il favorito della vigilia è uno stallone grigio di linea egiziana, nato in Israele e allevato in Germania, di nome Al Lahab. Dieci anni sulla groppa, curve mozzafiato, e tutte le carte in regola per vincere, di certo è una meraviglia di animale, così famoso nell’ambiente da avere un sito Internet e una “photo gallery” tutti per sé: Al Lahab puledro appena nato, Al Lahab campione predestinato, Al Lahab finalmente decorato. Prova vivente, se ce ne fosse bisogno, che il mito dell’arabo resiste anche oggi, e si sposa volentieri con il business.
«Solo in Italia sono quasi ventimila i purosangue arabi con pedigree registrato», dice a IL Pierluigi Rota, segretario dell’Anica (Associazione nazionale italiana del cavallo arabo). La febbre dell’acquisto è alta, tanto che ormai si affitta l’utero delle fattrici o si compra direttamente l’embrione: «C’è chi lo fa solo per hobby e chi, a furia di correre, finisce per demolire un cavallo all’anno». È questa l’altra faccia dell’endurance, sport dove l’arabo non conosce rivali: centosessanta chilometri di maratona che rievocano le cento miglia dei pony express americani, uomo e animale insieme, spingendo al limite le forze.
È la fine di settembre e siamo agli Europei Open di Assisi, la prova di endurance più importante del 2009 fotografata da IL per questo servizio. Alessandro Marconi ha iniziato come maniscalco trasferendosi dieci anni fa da Parma a Dubai. Ora allena uno dei figli dell’emiro del Bahrain. E spiega, aggirandosi per le scuderie alla vigilia della partenza: «Lo sport lo hanno letteralmente inventato gli Stati del Golfo, foraggiando un circuito di eventi in giro per il mondo». I premi in palio sono poco più che l’onore in Europa, ma una montagna di soldi nelle sfide nel deserto, dove il vincitore può aggiudicarsi fino a un milione di euro. La stessa cifra, più o meno, che valgono i cavalli al top della disciplina.
La caduta del sultano
Se il grosso del mercato è fatto da semplici appassionati, «gli affari che contano sono sempre appannaggio di pochi. Senza considerare il problema del doping», sostiene Tiziana Benedetti, agguerrita neopresidente dell’Associazione purosangue arabo italiano. Qualche caso, debitamente ovattato, ha sfiorato anche i campioni dei signori del petrolio, per i quali montare un arabo è come imparare a camminare, e l’endurance sport nazionale. Tra i fan più accaniti, e abituali frequentatori delle rassegne iridate, si contano il tredicesimo Capo di Stato della Malesia, sultano Mizan Zainal Abidin (ritiratosi ad Assisi per una caduta), e molti sceicchi come Mohammed Al Maktoum, principe di Dubai e primo ministro degli Emirati. Riassume il ventiduenne Nasser Al Khalifa, figlio del re del Bahrain: «Amo follemente i miei cavalli e scrivo poesie su di loro, anche se forse dovrei odiarli un po’. Quando li ami troppo non riesci a spingerli al limite».
L’endurance te lo dipingono così, miscela di amore e crudeltà. Come poteva essere altrimenti per una gara che comincia al buio delle cinque di mattina, e dura lo spazio di un’intera giornata? A ogni controllo veterinario, i cavalli vengono sottoposti a una dose di docce gelate che servono a rallentare il battito cardiaco prima di ripartire. «Una mezza tortura», sbotta qualcuno. Ma agli sceicchi l’endurance piace. Infatti a Dubai hanno progettato e costruito Meydan City, un’intera città consacrata all’equitazione.
E tuttavia, proprio la geografia riserva più di una sorpresa. Per secoli, la tradizione dell’asil, ovvero del cavallo “puro” nella definizione di Allah, restò ancorata alla penisola arabica. Le fattrici venivano cresciute a datteri e latte di cammella e – considerate più affidabili degli stalloni – cavalcate per razziare il nemico. Ogni mescolanza di sangue con esemplari provenienti da montagne e città confinanti era vietata. Poi, con l’invasione dei Mori e le crociate, il cavallo arabo iniziò la conquista dell’Europa, intrecciandosi alle razze locali. Finì raffigurato nei dipinti di corte, oppure esposto nelle fiere del bel mondo. Furono tre stalloni importati in Inghilterra, il Darley Arabian, il Byerly Turk e il Godolphin Arabian, a fondare la linea del purosangue inglese. E pure Napoleone Bonaparte, rischiata la sconfitta contro la cavalleria egiziana, si presentò alle battaglie successive in sella a uno stallone di nome Alì. Ma chi l’avrebbe detto che la terra promessa di questi animali alla fine sarebbe diventata l’America?
Tra ranch e praterie oggi pascolano più purosangue arabi che nel resto del globo. Una mano la diede Ronald Reagan con i suoi sgravi fiscali, permettendo ai milionari d’oltreoceano di fare incetta di campioni, e da allora nemmeno i cospicui fondi investiti dagli emiri sono riusciti a invertire la tendenza.
E così il figlio del vento, benedetto dal Profeta e nato sotto le tende del deserto, di strada ne ha fatta, eccome: Polonia e Russia, Spagna Germania e Australia, fino, appunto, a presidiare la terra degli yankee.
8, Dic, 2024 | Benessere, LifeStyle
Dal Qatar a Lanzarote, fino alla Lapponia e il Messico, le 10 destinazioni che interpretano al meglio i desideri dei viaggiacontemporanei
di Giuseppe De Pietro
Forse dovremmo essere più cauti e chiederci dove ci piacerebbe andare, con la pandemia che non concede tregua. Negli ultimi due anni siamo diventati inevitabilmente più fatalisti, pronti a cambiare meta e programma in un attimo. La voglia di viaggiare è sempre alle stelle, ma come, quando, perché e, timidamente, dove? Alla scorsa edizione della fiera del turismo ILTM, a Cannes, sono emersi alcuni comuni denominatori tra compagnie alberghiere, operatori ed enti del turismo.
Tutti documentano un crescente bisogno di stare nella natura, di prendersi cura di sé, di fare esperienze e attività costruttive, di rispettare l’ambiente, che spesso si traducono in proposte di responsabilità concrete sulla sostenibilità, soggiorni tematici in retreat (meditazione, alimentazione, kinesiterapia, eccetera) e programmi di longevity più mirati alla qualità della vita che a nascondere l’invecchiamento. Sempre alla fiera del turismo di lusso, Tina Edmundson, Global Officer Brand & Marketing del gruppo Marriott, ha presentato i dati di una recente ricerca dell’agenzia Team One sui consumi della Global Affluent Tribe (GAT),
costituita da quasi duemila persone tra 25 e 65 anni, provenienti da Usa, Uk, Brasile, Cina, Emirati Arabi e India, che rappresentano circa il 70% dei consumatori più ricchi del pianeta. Viaggiatori abituali, i GAT hanno spostato l’interesse dai viaggi di benessere ai viaggi che fanno bene, concetto che ben si sintetizza con il concettodi regenerative travel.