13, Mar, 2022 | Arte
Si ha l’impressione che (gran) parte dell’arte attuale voglia affermarsi come paladina delle genti, vessillo coloratissimo che guida i popoli in nome di quella libertà individuale, lecita tanto all’artista quanto all’uomo qualunque. Un quadro già visto. La lenta uscita dalla crisi pandemica, la prima “globale”, ha esasperato l’urgenza di consenso da parte di un tipo di arte, la famigerata “contemporanea”, ancorata, nella sua stessa definizione, al consumo immediato, all’evento come paradigma dell’oggetto, quindi un’arte premurosa sia nel recuperare la presenza viva delle masse, senza le quali non potrebbe essere, sia (addirittura!) nel rivendicare un’aura, un valore cultuale. L’efficacia dell’immagine di Delacroix anche al giorno d’oggi, fa capire come la suddetta urgenza porti inevitabilmente ad appropriarsi di soluzioni codificate nel passato, senza più pudori anacronistici; l’arte post-pandemica è tornata eroica, trionfale, persino “democratica”. Non è casuale l’insistente accostamento critico di Jeff Koons con Marcel Duchamp, approccio “più politico che estetico”, parafrasando Cesare Brandi. Proprio dalla mostra Jeff Koons – Shine in corso a Firenze presso Palazzo Strozzi, curata da Arturo Galansino e Joachim Pissarro, viene lo spunto di riflessione riguardo un artista e un sistema disattendente le prerogative propugnate verso la collettività, soprattutto sul piano etico e culturale. Verrebbe da protestare quanto molta (se non tutta) arte postmoderna traluca la questione morale espandendone la soluzione, coscientemente, alla pura fruizione superficiale, alla sola apparenza, proprio come gli sfavillanti oggetti ideati da Koons. Questa escamotage, tuttavia, non può avvenire arbitrariamente, l’etica, e dunque l’estetica, non si possono innescare o annullare a piacimento nella medesima ricerca formale: in sostanza, Jeff Koons cade in una contraddizione.
Jeffrey Koons nasce nel 1955 a York, piccola contea nello stato della Pennsylvania, nota alle cronache per pietosi episodi di matrice razziale (York Race Riots, 1969); il clima di tensione non pare sfiorare minimamente l’infanzia del piccolo Jeff, cresciuto in una famiglia agiata e incoraggiante le tendenze artistiche del primogenito, finanche coltivando una certa idea di eleganza e pregio, vista l’attività di arredatori di interni dei Koons. Frequenta buone scuole d’arte a Baltimora e Chicago, dove conosce Ed Paschke da cui Koons viene introdotto in una cultura più cruda e underground del panorama artistico americano. Trasferitosi a New York nel 1976, grazie alle esperienze al MoMA, con ruolo amministrativo, e come broker a Wall Street, Jeff Koons acquista una consapevolezza imprenditoriale decisamente unica per un’artista, riuscendo da subito a trovare finanziamenti adeguati alle sue prime mostre, non certo frugali, anche se distanti dalle monumentali installazioni cui oggi si è abituati. Fin dagli aspirapolvere della serie The New e dai palloni da basket della serie Equilibrium (prima metà degli anni Ottanta), la riproposizione del ready-made duchampiano perde il suo carattere sovversivo per affrontare una stasi celebrativa, totalmente dispersiva nella fruizione e nel desiderio, poiché non si tratta più di oggetti accessibili, ma solo del loro spettro. Vuoti Simulacri. L’idea di democratizzazione attraverso il benessere ed il consumo, è il punto creativo di Koons, secondo cui “è lo spettatore che crea l’opera” (Duchamp), portando a coincidere la fruizione con il consumo. Si estetizza l’American Dream, di fatto eliminando l’etica, proponendo arte “a qualunque costo”. L’idea della “luccicanza”, invero un leit-motiv delle esposizioni di arte contemporanea di Palazzo Strozzi (da Michelangelo Pistoletto a Loris Cecchini, fino a Tomas Saraceno), è un richiamo anche al primo intervento di Koons in Firenze, quando nel 2015 la sua scultura di Pluto e Proserpina, posizionata in piazza della Signoria, colpì soprattutto per lo sfacciato brillare della cromatura dorata, in netto contrasto con i marmi circostanti. La posizione critica è stata altalenante, mediando toni da tifoseria su chi, tra il sarcastico e il veritiero, proponeva anche di lasciare la scultura per sempre, e chi proprio non la poteva soffrire. Proprio sull’ambiguità critica poggia la fortuna di Jeff Koons, perché la valutazione dei suoi artefatti è prettamente arbitraria e quasi mai si sofferma sul valore oggettuale e contestuale dei medesimi, ma spesso si avvalla, quantitativamente, sull’enumerare le vendite e i costi sostenuti. Un ragionamento hollywoodiano. Ben pochi ricordano le condanne per plagio (l’ultima della Corte d’appello francese battuta nella primavera 2021), lungi dall’inquadrare la personalità dell’artista, ma utili a ridimensionare il rapporto tra l’immagine di un’opera e l’opera stessa. Koons non è “creatore” di immagini, se ne appropria attingendone da una realtà che ne produce una quantità esorbitante, contribuendo ad un’iconoclastia attivata non dalla distruzione, bensì dall’esacerbazione. Tutto ciò non è illecito, ma semplicemente impuntuale con le intenzioni dell’artista e della mostra fiorentina: non c’è alcuna inclusione, non c’è nessuna trascendenza nella rifrazione dei giocattoloni in acciaio inox, nelle mastodontiche porcellane smaltate e nei vetri blu soffiati sparsi per il piano nobile di Palazzo Strozzi, perché tutto è dissipato, non lascia traccia. “E Koons non è neppure regressivo. È fiacco, lo vedi e lo dimentichi” (Baudrillard). Senza rigore cronologico, la mostra Shine ha uno sviluppo per lo più associativo, cercando in ciascuna stanza del palazzo un accostamento formale. Sul piano programmatico, non si può negare un gran dispendio di risorse e la capacità di accordare notevoli istituzioni del gotha artistico internazionale, con prestiti provenienti da musei, fondazioni e prestigiose collezioni. Tuttavia, radunare per ostentare somiglia più ad un’esposizioni di oggetti di lusso che una proposta culturale, senza dimenticare che la Fondazione Palazzo Strozzi si pregia di un 40% di finanziamenti pubblici e gode dell’ammissibilità all’Art Bonus direttamente dal Ministero dei Beni Culturali: i criteri ministeriali, dichiaratamente privilegianti gli stockholder, sono un ulteriore dimostrazione di come la retrospettiva dell’artista vivente più pagato al mondo (il 15 maggio 2019 il suo Rabbit, 1986, è stato battuto da Christie’s per la cifra record di 91,1 milioni di dollari) sia un elogio al potere, alla sua estetica opulenza. Evocare i (presunti) desideri delle masse o definire l’acciaio inox un materiale “proletario” è una boutade puramente fuorviante, mistificatrice, atta a privare le forme e gli oggetti di un’etica della visione, escludendo persino la fonte originale. Si prenda la recente serie di Koons nominata Gazing Ball: le sfere blu di vetro soffiato, riprendente, tra l’altro, un vezzo da ricchi possidenti che esponevano queste sfere riflettenti nei loro giardini, a puro scopo decorativo, nell’opera di Koons fungono da elementi distraenti posizionate di fronte a riproduzioni di noti dipinti moderni oppure giustapposte su copie di statue classiche. L’effetto provocato è un’ipnotica concentrazione percettiva verso il cristallo, e la completa perdita di ricezione artistica. Nonostante le manifestazioni di semplicità, emblematiche nel riconoscersi nella celebre frase di Popeye, “I yam what I yam” (gioco di parole traducibile “Io sono quello che sono”), Jeff Koons è molto più vicino allo shakespeariano Jago (“I am not what I am”), l’esatto contrario di quel che dichiara. Asserire che Baloon Dog, sia un “cavallo di Troia” suona come una camuffata dichiarazione.
12, Mar, 2022 | Turismo
Sergio Ferroni
In Polinesia Neozelandese, nella cultura e lingua maori, c’è un’espressione che racchiude tutta la portata della responsabilità che abbiamo nel rispettare e preservare l’ambiente: ‘Tiaki’ significa custode, guardiano, e ‘Mana’ si traduce come influenza o potere. Nell’insieme ‘Mana Tiaki’ rimanda alla sacralità dell’atto del custodire e conservare il nostro patrimonio per le generazioni future. Esiste un paradiso nel cuore del Sud Pacifico, un angolo lontano dal tempo che si mantiene ancorato a principi di eco-sostenibilità; 15 isole fedeli all’anima della vera Polinesia, quando ancora non sorgevano grandi complessi alberghieri e quando la natura regnava quale sovrana indiscussa: le Isole Cook rappresentano una delle aree meglio conservate di questa zona del Pacifico. Mana Tiaki esprime proprio questo: la consapevolezza degli abitanti delle Isole Cook di essere custodi di un patrimonio inestimabile, che salvaguardano con progetti di sviluppo sostenibile per garantire equilibrio fra crescita economica, sia a livello turistico che di pesca o di attività estrattive, e conservazione della biodiversità nell’Oceano. Tra le principali attrazioni a tema naturalistico della Polinesia Neozelandese c’è il Parco Marino, santuario degli squali: i suoi 1.065 milioni di chilometri quadrati comprendono atolli remoti, isole vulcaniche circondate da barriere coralline, fauna incontaminata con uccelli, balene, mante e diverse specie di squali, di cui alcune a rischio estinzione. Proprio qui dove la terraferma è minoranza assoluta rispetto all’Oceano, sorge il più grande parco marino del mondo che comprende una delle più importanti barriere coralline del Pacifico, un ‘santuario’ ricco di vita marina.
(info: https://www.maraemoana.gov.ck/#about-marae-moana).
Unitamente agli squali, le Isole Cook, dal 2020, accolgono nel Cook Islands Whale Sanctuary (info: https://thecookislands.com.au/activities/whale-and-wildlife-centre/) una presenza consistente di megattere durante l’inverno australe ovvero da luglio ad ottobre, stagione dell’accoppiamento e del parto (dopo 11 mesi di gestazione): un’insostituibile occasione per studiarne il comportamento. Non a caso qui vengono svolte numerose ricerche sulla popolazione delle megattere di questo territorio, ne vengono valutati gli spostamenti all’interno del Pacifico del sud e, attraverso la raccolta di campioni bioptici, ne viene analizzata la struttura genetica. Un altro eccellente esempio di Mana Tiaki è l’isola di Atiu: casa di circa 400 fieri guerrieri, ci sono pochi luoghi al mondo incontaminati come Atiu, un punto di riferimento per gli amanti del buon caffè, per la sua gamma completa di miscela arabica, coltivato in modo biologico e raccolto ed essiccato a mano sull’isola. Antichissima e selvaggia, Atiu è un paradiso no frills per gli amanti della natura primordiale, per gli appassionati dell’esplorazione e dell’avventura: un soggiorno ad Atiu è una fuga dalla civiltà, dal se stesso che si conosceva prima di approdarci, un tuffo nel passato e nella vita genuina sull’isola. Da sud a nord, Pukapuka consta di poco oltre 400 abitanti che si dice discenda da soli 15 polinesiani e dai loro figli sopravvissuti a un catastrofico tsunami circa 300 anni fa. Quando Ropati (lo scrittore americano Robert Dean Friesbie n.d.a) si stabilì con sua moglie Desire, disse che stava cercando un posto al di là della portata “della più debole eco del clamore rumoroso del mondo civile”. Ancora oggi, Pukapuka è uno dei luoghi più idilliaci, incontaminati dell’arcipelago, ma è allo stesso tempo interessante per la costante e attuale applicazione di pratiche di sostentamento ancestrali, che pur garantendo l’autosufficienza delle comunità, evitano qualsiasi tipo di sovrasfruttamento a tutela della protezione delle risorse alimentari e della biodiversità dell’atollo. Un sistema basato sulla comunità piuttosto che sull’individuo, un’organizzazione impeccabile che dimostra come di uno stile di vita gestito ancora secondo principi stabiliti dagli antenati di centinaia di anni fa, sia oggi possibile e funzionale ad alcune realtà. Passando all’applicazione di Mana Tiaki ai servizi turistici segnaliamo il Muri Beach Resort, un accogliente resort situato a sud-est di Rarotonga, che vanta il primato di essere il primo resort delle Isole Cook ad aver installato un impianto solare che gli permette di essere autosufficiente al 100% per la sua alimentazione, oltre a sostenere progetti di conservazione della comunità ed essere attenti a temi quali il risparmio energetico e di acqua, riciclaggio e trattamento dei rifiuti e nella ricerca di prodotti di produzione locale per il ristorante. Mana Tiaki dà anche il nome a una certificazione che attesta la sostenibilità dei servizi turistici: l’ha ottenuta anche nel 2022 il pluripremiato Ikurangi Eco Retreat (https://www.ikurangi.com/en/), il primo hotel e glamping green delle Isole Cook, creato per offrire ai visitatori di Rarotonga la possibilità di una vacanza che non comprometta l’ambiente. Immerso tra giardini biologici e piantagioni locali con spettacolari viste sulle montagne, è il posto ideale per una fuga nella natura all’insegna della sostenibilità. Il tour operator locale Turama propone delle interessanti passeggiate immersive nella natura tropicale di Rarotonga: Ariimoana Walkabouts – Reef Explorer Tour è una passeggiata ecologica sulla barriera corallina con la bassa marea, in compagnia di Kura, una nota cantautrice ambientalista cookiana. La seconda proposta Ariimoana Walkabouts – Inland Discoveries Walk esplora l’entroterra in un’avventura nella natura rigogliosa e tra panorami dell’isola davvero mozzafiato.
11, Mar, 2022 | Arte, Cultura
Durante le riprese appariva nel suo splendore ricco di statuaria romana e arredi, e proprio per la sua importanza nel 2003 lo Stato italiano decideva di acquisirlo con una spesa pubblica di circa 6 miliardi di lire più altri 3 milioni e mezzo di euro per i primi restauri. Però prima di essere consegnati palazzo, villa e rocca sono stati spogliati di tutto dai proprietari Odescalchi e lo Stato ha acquisito un contenitore vuoto. L’interrogazione parlamentare dell’on Marzia Ferraioli di Forza Italia n. 639 del 16.02.2022 chiede chiarimenti al Ministro sulla contraddizione, da una parte la statuaria Giustiniani passata ai Torlonia nell’800 viene oggi celebrata in Campidoglio, Villa Caffarelli, con grande enfasi nelle sale dedicate 6, 7, 8, 9 mentre la porzione Giustiniani passata nell’800 agli Odescalchi è stata dispersa fatta a pezzi e commercializzata brutalmente. La genesi dei due nuclei è legata alla illustre personalità del Marchese Vincenzo Giustiniani (1564-1637), protettore di Caravaggio, alla sua attività collezionistica e vocazione al mecenatismo che contribuì alla teoria delle arti figurative alla base della grande cultura italiana barocca calpestata dagli Odescalchi e fatta letteralmente a pezzi. L’interrogazione chiede che il ministro spieghi come sia possibile che gli Odescalchi hanno sradicato tutte le statue romane e seicentesche per essere portate nelle residenze private dei castelli di Bracciano, Palo e Santa Marinella, mentre altre sono state vendute clandestinamente all’estero come l’importantissimo “Mitra tauroctono”, il “Gladiatore che uccide un leone” finito al Getty Museum mutilato del leone, testa e braccia per non essere individuato. Riconosciuto casualmente dallo studioso tedesco Rainer Vollkommer, è stato sequestrato nel 1999 e riportato in Italia. La testa ruggente del leone, appartenente allo stesso gruppo è stata staccata e venduta sul mercato antiquario riconosciuta in occasione della mostra “Archaeology&ME”, le statue più colossali sono state decapitate e le teste più commerciali vendute. Altre statue portate clandestinamente nel palazzo Odescalchi romano di Piazza Santi Apostoli e da qui vendute come molti dei capolavori pittorici finiti clandestinamente sui mercati internazionali nelle aste di New York, Londra con false provenienze per non essere individuati. Poco è stato recuperato come il celebre taccuino di disegni di Pietro da Cortona sequestrato dalla guardia di finanza a Fiumicino a seguito di un tentativo di esportazione clandestina. Il Taccuino era uno dei tanti appartenuto alla Regina Cristina di Svezia ed acquistato con tutta la sua straordinaria collezione nel ‘600 da Livio Odescalchi dispersa ed annientata dai discendenti. L’occultamento delle raccolte Odescalchi, preclude la vigilanza sul territorio delle soprintendenze, continua ad essere il trampolino verso il traffico internazionale illecito di beni culturali senza lasciare alcuna traccia creando gravissime perdite al Paese e, nel caso del palazzo Odesaclchi di Bassano, vanificando la spesa pubblica a danni ai beni demaniali e all’ interesse pubblico a danno della cultura dell’Italia. Già in passato dal Castello Odescalchi di Santa Marinella importanti statue romane sono finite all’estero,tra le quali Dionisio e Pan, a Copenaghen; Meleagro, in marmo pario, a Cambridge, una statua attribuita a Skopas a Berlino, una testa di Athena Parthenos a Parigi. La famosa Athena Parthenos di Fidia del V sec. a.C. ed Apollo furono salvate con il sequestro e poste al sicuro nel Museo Nazionale di Civitavecchia. La dispersione incontrollata e la dispersione delle collezioni Odescalchi crea un grave danno alla cultura capitolina e all’Italia.
10, Mar, 2022 | Hi-Tech
Sergio Ferroni
Parte il 12 marzo alle ore 14.00 la prima edizione del workshop creativo Sensors nel moderno spazio di Industrie Fluviali nel quartiere Ostiense a Roma. “Sensors, an identity design mindtrip” è un workshop formativo originale, un serious game di 6 ore aperto a tutti coloro che sono interessati alla creatività, alla comunicazione, al marketing, alla cultura, all’innovazione e alla trasformazione. Una sfida personale e collettiva sul tema dell’identità e del futuro per fare il pieno di energia creativa, ispirazione, umanità. Nel futuro, oltre alla tecnica, ciò che ha valore sarà la nostra capacità di trasformarci nella relazione con noi stessi, gli altri, il mondo, riportando nel nostro luogo interiore il centro della progettazione. Scoprire anti-ambienti personali e collettivi, dove spingere il pensiero fuori dagli schemi, in campi da gioco nascosti, dove concetti imprevisti, idee nuove, immagini inattese, emozioni, si agitano sotto la superficie. Il panorama cambia continuamente di fronte ai nostri occhi e l’unico luogo capace di fornire solidità e senso alla trasformazione è l’identità. Sensors fa parte di un progetto di ricerca di Antonella Marra e Andrea Steinfl sui creative learning spaces, ambienti di formazione collaborativi di creatività e scoperta realmente human-centric, in cui l’apprendimento esperienziale consente l’emergere delle sensibilità individuali insieme all’intelligenza e all’immaginazione collettiva. Sensors è un progetto formativo, modulare e personalizzabile per scuole, imprese, associazioni.
Sensors
An identity design mindtrip
Un workshop creativo per intelligenze poco artificiali
Roma – Industrie Fluviali, Via del Porto Fluviale, 35, 00154 Roma RM
https://www.sensors-sensors.com
https://www.instagram.com/sensors_sensors/
https://www.facebook.com/SensorsWorkshops
6, Mar, 2022 | Enogastronomia
Spesso commettiamo un errore: pensiamo che bottiglie di lusso meritino un’occasione unica, poi quel momento non si presenta e certi assaggi restano confinati nel mondo dei desideri irrealizzati. Ma se l’occasione non c’è la si crea e certi vini bastano da soli a concretizzarla: per questo abbiamo selezionato tre vini rossi monumentali, che appartengono all’Olimpo dell’enologia italiana, ammirati, ambiti e ricordati con emozione da chi non vede l’ora di ritrovarli sulla propria strada.
Brunello di Montalcino Riserva Il Greppo, di Biondi Santi
Giù il cappello di fronte alla storia del Brunello. Anni fa esplose la moda di questo vino e la richiesta crescente della tipologia riserva, unita a una certa fretta di capitalizzare, portò a vagonate di bottiglie anche mediocri: c’è chi si riferisce a quel periodo chiamandolo Brunellopoli, un nome che dice tutto. In quel momento Franco Biondi Santi, con calma e autorevolezza, non si discostò da tradizione e qualità, ignorando le mode e curando personalmente la Tenuta Greppo, un luogo dove il Sangiovese cresce che è una meraviglia. La riserva Biondi Santi si produce solo nelle annate davvero eccezionali e la più recente, quella del 2012, è la trentanovesima dal 1881. Sarebbe dovuta uscire l’anno scorso, ma si è deciso di farla riposare ancora dodici mesi perché si esprimesse al meglio: anche questo è un chiaro segnale d’eccellenza. È dedicata al dottor Franco, recentemente scomparso, e chi l’ha conosciuto sostiene che vino e uomo si somiglino: eleganza sobria, straordinaria piacevolezza e sostanza, ma senza eccessiva austerità e men che meno spocchia. Un vino fuori dall’ordinario, con un finale lunghissimo che sembra un tramonto d’estate.
Amarone della Valpollicella classico, di Giuseppe Quintarelli
Se c’è un vino capace di fare litigare gli appassionati come fossero cani e gatti, questo è l’Amarone. Il polo della discordia sta nella peculiare lavorazione dell’uva, che dopo la vendemmia viene fatta appassire su graticci di legno o plastica e solo in un secondo momento spremuta. I detrattori sostengono che in questo modo il processo produttivo conta più della qualità delle uve e dunque si può giocare sporco sul lavoro in vigna. ‘Assurdo’, rispondono i sostenitori, convinti che non si può in alcun modo rimediare a una coltivazione approssimativa. Esiste la possibilità di trasformare la più accesa discussione nel classico ‘tarallucci e vino’ se il nettare in questione è firmato Quintarelli, un fuoriclasse indiscusso della viticultura italiana, capace di mettere d’accordo tutti al primo sorso grazie a bottiglie dal carattere energico, che uniscono la pienezza vellutata della frutta rossa (amarena e lamponi in particolare) a un’acidità elegantissima.
Barbaresco, di Angelo Gaja
In modo cocciuto e lungimirante Angelo Gaja ha rivoluzionato la storia del vino piemontese e italiano, mutuando dai francesi accorgimenti che garantiscono eccellenza (ad esempio ridurre la resa per ettaro e introdurre la fermentazione malolattica) ma senza importare i loro vitigni: era convinto che un grande vino potesse nascere solo da uve autoctone, in questo caso Nebbiolo in purezza. Il tempo gli ha dato ragione e l’ha trasformato nell’alfiere del Barbaresco, il metro di paragone in base al quale valutare tutti gli altri. Stappare una sua bottiglia significa presentarsi al cospetto di un vero cavallo di razza, un vino di straordinaria espressività, fiero, vigoroso e insieme elegante e vellutato. Al naso e in bocca è una costante evoluzione, da un paesaggio organolettico al successivo, in una cavalcata che avviene con sorprendente naturalezza